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Keith Haring, colorare il buio
news ars maiora


Considerato uno dei padri della street art, Haring trasforma (insieme all’amico e collega Jean-Michel Basquiat) ciò che era considerato un atto vandalico, il graffitismo, in arte. Il tratto di questo  artista è inconfondibile, il ritmo che dà vita alle sue opere è una danza tra le forme primitive e i colori puri. 



La linea essenziale utilizzata, e la perfezione di simmetria e proporzioni, rendono il messaggio dell’artista chiaro e immediatamente fruibile. La critica alla società consumistica ai suoi prodotti, l’analisi del ruolo dei media, la fratellanza, sono punti cardini delle sue opere.


 


I muri e le metropolitane di New York rivivono grazie ai suoi disegni, gli omini stilizzati arrivano a spezzare la monotonia e il conformismo delle abitudini occidentali, diventando simbolo di una nuova cultura, quella che nasce sui muri per finire nei salotti perbene. Un segno grafico, quello di Haring, che trasforma semplici linee in icone universali, capaci di veicolare messaggi chiari, diretti, di immediata comprensione. I disegni di questo artista parlano di vitalità e di fantasia, ma sono anche, e soprattutto, metafore di un cambiamento: l’espressione artistica è per tutti e di tutti, non necessita regole nelle quali essere incanalata. Nei colori e nelle figure di Keith Haring abitano la consapevolezza e la partecipazione nella realtà, seppur non condivisa, che viene smascherata, privata dell’ipocrisia e del perbenismo, a favore della lotta all’ingiustizia sociale e culturale, l’omofobia e l’oppressione. Questa denuncia sociale, vissuta ed esibita nelle performance pubbliche racchiude anche un dramma personale: in Keith Haring, infatti, esistono nello stesso momento i colori della gioia e il terrore della malattia. La speranza per la vita e la ferocia della morte che incombe. 


 


Nonostante la malattia e la morte sopraggiunta in giovane età, Haring ha lasciato al suo pubblico opere sparse in tutto il mondo, simboli di riconciliazione, rispetto e libertà.


Dove poter visitare quelle più famose? Sebbene si tratti di street art, il sistema museale ha ben presto riconosciuto il talento, e il valore di mercato, dei suoi graffiti e infatti i centri espositivi più importanti del panorama mondiale non si sono fatti scappare la possibilità di esibire i lavori nelle proprie. L’arte strappata dai muri della strada (letteralmente) che si mostra nei musei, si esibisce nelle piazze, si vende nelle aste.


Sono pochi, ma essenziali, i dipinti rimasti in loco: tra questi si ricorda quello che si trova in Italia, più precisamente a Pisa, nella parte esterna della chiesa di S. Antonio Abate, fortunatamente ancora visibile. TUTTOMONDO, questo il titolo del murale pisano, è un inno alla solidarietà e all’amore reciproco. Le trenta figure nascono dal basso e crescono in un turbinio di colori verso la vetta del murale, un delfino, simbolo del rispetto per la natura. Altrettanto importanti sono il tema della maternità e la collaborazione per un futuro migliore (le forbici umanizzate che uccidono il serpente). La lungimiranza pisana nei confronti di quest’opera di Haring non è stata ripetuta a Roma, dove per ben due volte si è deciso di cancellare i disegni dello street artist: prima dallo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni e, in un secondo momento, anche quelli del Ponte sul Tevere (errare è umano, perseverare è diabolico!). Esporre un murale nato nelle strade e per le strade, in un museo potrebbe sembrare una contraddizione, è anche vero però che potrebbe essere l’unica via per salvarlo, per proteggerlo, se non dall’inesorabile passaggio del tempo, almeno dalle cattive amministrazioni.


     


“L'Arte vive attraverso l'immaginazione delle persone che la guardano. Senza questo contatto, l'arte non esiste. Ho dato a me stesso il lavoro di essere un produttore di immagini del ventesimo secolo e ogni giorno cerco di capire le responsabilità e le implicazioni che questa scelta comporta. E' diventato chiaro per me che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi, ma essa esiste per tutti noi, ed è questo che continuerò a perseguire”. K. Haring


 


Francesca D’Aria